La “piazza” della città travolta da un fiume impetuoso di fango, percossa da una pioggia infinita di pomici, cenere e massi lavici. Chi si trovò in
quello slargo geometricamente orientato verso la vetta vide l’inferno. Dopo le scosse del terremoto che scuoteva fisicamente e psichicamente, i pompeiani udirono i boati lugubri e sordi che provenivano dalla montagna. Immensi boati riempivano l’aria carica di adrenalina e di morte. Poi gli scoppi fragorosi dalla vetta del monte amico.
Aniello Langella – Il FORO di Pompei – vesuvioweb
Ognuno vide quei fenomeni terrificanti e subito compresero che la straordinarietà del fatto doveva rapportarsi all’ira del dio del vulcano, di Ercole ebbro, forse. Dal foro si poteva osservare tutta la cima del Vesuvio e anche parte delle sue pendici verdeggianti. I cani latravano a distesa e riempivano l’aria di angoscia, gli uccelli erano già scappati il giorno prima. E gli uomini ignari non avevano mai visto un vulcano. Nessuno ne aveva mai parlato. Nessuno conosceva la vera natura ignea del Vesuvio. Molte ore prima che iniziasse la pioggia di cenere e lapilli, mentre la montagna vibrava letteralmente e quasi sembrava si muovesse sotto le note sorde e violente dei boati, iniziò a comparire in
cima un lungo getto di materiali di fuoco. L’alito violento della montagna che proiettava verso il cielo un uragano, una colonna polverosa violenta
e mortale. Altissima coprì tutto il visibile, tutto ciò che gli occhi potevano osservare dalla grande piazza del foro, che era, nel contempo, divenuta
piccola, microscopicamente vulnerabile.