Armando Polito – Osti e Ostesse a Pompei

di Vesuvioweb

E’ dai tempi del suo inventore (Noè, almeno così si dice) che il vino è rimasto fino ai nostri giorni (in cui è stato soppiantato da altre sostanze per lo più non liquide…) nella sua connotazione negativa (il giudizio degli astemi non conta…) come lo strumento forse più semplice per dimenticare o per allentare i freni inibitori: non a caso la locuzione “bevo per dimenticare”, oggi meno efficace non tanto per inflazione linguistica (subiscono lo stesso destino perfino le cosiddette parolacce…) quanto per la diffusione di forme alternative di oblio cui ho accennato all’inizio, è stata per lungo tempo, allo scopo, la locuzione principe.

A scanso di equivoci va subito detto che non è mia intenzione qui, assumendo atteggiamenti moralistici sbrigativi, stigmatizzare l’eccesso o esaltare la sana, innocente, preziosa funzione del vino (o dei suoi più moderni, sempre alcoolici, sostituti ma, basta guardare il prezzo, non succedanei) nell’ambito conviviale, importante strumento di aggregazione e, perchè no?, di complicità… La mia indagine, tuttavia, riguarda solo la consumazione pubblica del nettare di Bacco e perciò essa è incentrata sulla figura dell’oste e dei suoi addentellati. Faremo il nostro viaggio fra testimonianze letterarie ed archeologiche alla scoperta di punti di contatto o, eventualmente, di divergenza. Cominciamo dalle prime, dalle quali, raggruppate in un piccolo glossario, tenterò di estrarre le sfumatore di significato. Esse ci confermano che nulla è cambiato oggi rispetto a quasi duemila anni fa anche nel settore della pubblica ospitalità.

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