Lettera del signor Giovan Battista Manzo marchese di Villa in materia del Vesuvio
Di
Aniello Langella
VESUVIO 1631
Non perรฒ nรจ lโun, nรจ lโaltro se poteva propriamente dir fuoco, ma un certo che di mezzo tra la fiamma e il fumo, in alcune parti piรน luminoso o in alcun altre piรน oscuro, dal quale di tempo in tempo uscivano lampi maggiori e piรน infocati di quelli sogliono precedere i fulmini e con bombo piรน terribile e piรน cupo dello bombarde5. Questo spettacolo per se stesso di gran terrore, ma tuttavia sofferibile da chi ne sa la cagion naturale, e si ricorda di quel che vi patรฌ lโun Plinio e ne scrisse l’altro, era di vantaggio
accompagnato da un quasi continuo tremor della terra, che alle volte cresceva sรฌ fattamente che le mura parevano havere il rimbrizzo della quartana6. Hor pensi V. S. che dovevano fare glโhuomini. Non รจ da domandare se la notte si passรฒ con poca quiete e senza sonno: fui in pensiero dโuscir in campagna per sottrarmi dalla soprastante rovina, ma perchรจ la notte mi toglieva il veder il tumulto che si faceva per la Cittร , io non volsi esser il primo a dar questo esempio7. Maggior disagio hebbe il S. Cardinale Buoncompagno8, che, ritrovandosi nella Torre del Greco9 e assai presso allโincendio qual hora sentiva crescere il terremoto era dal timor cacciato al Cielo aperto, confessando Aristotele che in questi horribili casi devono anco i forti temere, ma passato quellโimpeto era dal freddo ricacciato in casa. Quandโecco sopragiugne quel che io non so fin hora come chiamarmi, ma dirรฒ per hora fiume di fuoco e cosรฌ vicino che non gli parve nรจ di doverlo aspettare, nรจ di dover uscir per la porta della casa che andava per appunto a riuscire di rimpetto allโincendio: onde gli bisognรฒ con l’ajuto de suoi creati calarsi da un muro ben alto dalla parte del mare10.