Gioacchino Murat
poco prima e dopo la sua fucilazione
di
Umberto Vitiello “Vadìm”
Non potendo far più ritorno a Napoli, dove aveva lasciato sua moglie Carolina come reggente, Murat si rifugia in Corsica. E in quest’isola viene informato che il 9 giugno il Congresso di Vienna si è concluso sancendo l’egemonia austriaca sull’Italia e la nuova divisione politica dell’intera penisola. Apprende poi della sconfitta del 18 giugno di Napoleone a Waterloo e poco dopo cominciano ad arrivargli notizie del crescente malcontento della popolazione del suo ex regno. Per cui nel mese di settembre di quello stesso infausto 1815 parte dalla Corsica alla volta della Campania con sei barche a vela e 250 uomini. Una tempesta purtroppo disperde la piccola flotta e la sua e un’altra barca l’8 ottobre approdano a Pizzo Calabro. In questo paese, dove entra con una trentina dei suoi uomini, Murat nota subito l’indifferenza e poi l’ostilità da parte della popolazione e decide di trasferirsi coi suoi uomini in un paese vicino, dove spera di ricevere un’accoglienza migliore. Ma sopraggiungono le truppe borboniche, che lo catturano, lo processano e lo condannano a morte. E il 13 ottobre, dopo aver ottenuto di scrivere alla moglie e ai propri figli, viene fucilato nel cortile
del Castello di Pizzo. Le sue ultime parole sono: – “Risparmiate il mio volto, mirate al cuore, fuoco!”. Aveva soltanto 48 anni.
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